Come nasce il pregiudizio antimeridionale. 

di Caterina MENNA

Con l'impresa garibaldina del 1860 il Regno delle Due Sicilie confluisce nello Stato italiano, nazionale ed unitario.   In questo periodo è opinione comune che le regioni italiane del Mezzogiorno siano le più ricche del Paese; se la loro ricchezza è rimasta allo stato potenziale e se vi sono differenze evidenti, di modi e di livelli di vita, rispetto alle regioni settentrionali, ciò è dovuto soltanto al malgoverno e alle dominazioni secolari, di cui gli ultimi Borbone sono considerati l'espressione peggiore.   I piemontesi, dunque, scendono nel Mezzogiorno con l'immagine di un Sud terra felice, baciata dagli dei, favorita dal clima, dove, invece, i Borbone hanno portato violenza ed anarchia.   L'amministrazione piemontese, onesta e corretta, eliminando la corruzione, avrebbe migliorato ogni cosa.   Dopo pochi mesi di permanenza al Sud, però, i piemontesi cambiano accenti e ritornano all'immagine stereotipata di un Sud, terra rigogliosa e felice, ma arretrata e misera per la barbarie dei suoi abitanti.

Una civiltà, quella del Sud, arretrata di almeno tre secoli, come nota Nino Bixio.   L'impostazione del rapporto Nord - Sud sulla base del binomio civiltà - barbarie, giustifica così, l'uso della forza, da parte del giovane Stato italiano, per “rigenerare civilmente e politicamente gli italiani del Sud”.   Nei primi anni dell'unità l'antagonismo ben presto rivelatosi tra le due parti del paese si acuisce; in particolare, la sanguinosa e prolungata guerra combattuta dall'esercito italiano contro il brigantaggio ne rappresenta l'espressione più tangibile e drammatica. All'opposizione dei contadini meridionali lo Stato risponde con l'occupazione militare del Mezzogiorno: in questo caso, come nota Nelson Moe, l'immagine del meridionale in veste da diavolo è particolarmente adatta a giustificare le misure prese nei suoi confronti.   Funzionari, amministratori, giudici calati nel Mezzogiorno convivono spesso conflittualmente con le realtà locali, convinti come sono di essere portatori di civiltà ingiustamente male accolti.

A quegli anni si può far risalire l'origine della costruzione teorica del dualismo italiano e la percezione che nel Paese esistano due civiltà: una evoluta al Nord, l'altra arretrata al Sud, dove regna la corruzione e la barbarie, com'è stigmatizzato nella nota lettera inviata a Cavour da Luigi Carlo Farini, luogotenente generale per le province napoletane, in cui i meridionali sono descritti come più incivili dei beduini.

Qualche anno più tardi, il garibaldino Nino Bixio, in una lettera alla moglie durante il suo lavoro nella commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio, condivide la severità di quel primo giudizio sui meridionali, che bisognerebbe distruggere o almeno spopolarli e mandarli in Africa a farsi civili.

Anche nella letteratura garibaldina non mancano accenni che, seppur così duri nei confronti dei meridionali, fanno, però, emergere la percezione dell'esistenza di un profondo divario tra il Nord e il Sud del Paese. Abba, per esempio, nelle sue Noterelle, riporta le impressioni negative derivategli dall'incontro con un mondo diverso e sconosciuto, che anche nei nomi delle città richiama alla mente una realtà totalmente estranea: Catalafimi era per lui un nome strano, che con quel di Marsala e Salemi, faceva sentire un altro mondo, l'Africa, i Saraceni.

Per comprendere il modo in cui i meridionali sono visti, descritti o anche solo immaginati, dal resto del Paese , negli ultimi anni gli storici hanno utilizzato soprattutto i carteggi, in particolare quelli privati. A questo proposito, ai più noti giudizi sul mezzogiorno, potremmo aggiungere quello di Pietro Rolandi , un libraio italo-inglese, che nel 1862 scrive all'editore Gaspero Barbera una lettera che è un piccolo documento di vita sociale. In essa si legge:

"Ho preso una camera per un mese in una famiglia napoletana purosangue che mi fanno pagare sessanta franchi e anche privo di tutto quello che rende un alloggio confortabile.  Avendogli affermato che ogni due giorni avevo bisogno di acqua calda per farmi la barba mi disse che per questo avrebbe aumentato la spesa di tre carlini il mese; sottomessomi a quest'inaspettata tassa, dissi di portarmela, e me la portarono in una tazza di caffè, osservai che era sì poca che si sarebbe raffreddata subito, me ne riportarono una maggiore quantità ma in un orinale!  Per non mostrarmi incontentabile mi sono rassegnato a vedermi comparire l'orinale fumante ogni due mattine. Le racconto questo fatto per darle un saggio di questi abitanti vesuviani pulcinelleschi; questo è il Paese delle cose incredibili, un assieme delle cose più stravaganti ed assurde che si possono immaginare e prima di uniformarlo col resto dell'Italia vi vorranno molti anni". Oltre ai carteggi e alle relazioni sul Sud inviate a Cavour dai suoi emissari nel 1860, un'altra fonte interessante per ricostruire l'immagine dei meridionali che inizia a delinearsi dopo l'unità, è costituita dalla produzione letteraria. Ad essa ha rivolto la sua attenzione lo studioso americano Nelson Moe secondo cui la formazione, largamente concentrata nel centro-nord dell'Italia , di un pubblico di lettori borghesi dopo l'unità, favoriva una domanda di rappresentazioni del Mezzogiorno rispetto alle quali  questi lettori potevano misurare il proprio progresso , mentre si deliziavano con le descrizioni delle bellezze naturali del Sud d'Italia. Secondo Moe, la borghesia italiana postunitaria ha quasi bisogno di due immagini distinte del Mezzogiorno: uno che lo mostra arretrato e, quindi, totalmente contrapposto allo sviluppo che, invece , caratterizza il Nord del paese; un'altra che lo mostra, per così dire, naturale, portatore del pittoresco. Da una parte cioè esiste un Mezzogiorno arretrato, misero, così lucidamente descritto nelle magistrali pagine di Villari e nelle inchieste di Sonnino e Franchetti, dall'altra c'è un Sud pittoresco , esotico, comunque affascinante, che trova la sua maggiore espressione nelle riviste illustrate come l'Illustrazione italiana , fondata nel 1873 dall'ex garibaldino Emilio Treves, negli studi sul folclore e nella gran parte della letteratura prodotta dalla fine degli anni Settanta in poi. Riferendosi ad alcune opere di Giovanni Verga, massimo esponente del verismo italiano, l'americano Moe, nota che il rivolgersi del narratore siciliano alla sua isola coincide con il riconoscimento del fatto che la borghesia italiana del centro-nord ha grande interesse verso di essa e tale interesse si esprime nel pittoresco. In particolare nel romanzo Eva, del 1873 pubblicato da Treves, la protagonista rappresenta il tipico modo di rapportarsi al Mezzogiorno da parte dell'italiano del centro-nord. Un altro studioso anglosassone attento ai problemi del mezzogiorno, John Dickie, prendendo in esame il periodo in cui in Italia si cerca di creare o anche solo immaginare una nazione, sottolinea che gli stereotipi prodotti sul Mezzogiorno d'Italia servono al Settentrione come termine di paragone per sentirsi evoluto, civile, lontano dalla barbarie. Lo scrittore anglosassone riporta alcuni articoli apparsi sulla rivista Illustrazione italiana che evidenziano una chiara ossessione per il pittoresco nella descrizione del Mezzogiorno. E' il caso, per esempio, di un articolo datato 7 luglio 1882 a firma Nicola Lazzaro, in cui il giornalista , narrando di una visita all'isola di Capri, oltre a manifestare la sua delusione per le parti in sfacelo dell'isola, rileva la presenza di bimbi sudici, accoccolati per terra che se ne stavano in pittoreschi atteggiamenti. Il pittoresco, quindi, assume una duplice funzione: avvicina il Mezzogiorno alla parte civile del Paese quando esso è bucolico, e lo allontana quando è selvaggio.  Ma Dickie dedica ampio spazio anche alla figura dello statista siciliano Francesco Crispi che si presta a rappresentare le contraddizioni del Mezzogiorno d'Italia, il contrasto tra un italiano che voleva incarnare la nazione e il nativo di un'isola in cui il nuovo Stato italiano era abituato a vedere un'alterità affascinante, ma pericolosa. Nella commedia politica del 1889, Gloria , anche Gabriele D'Annunzio  dà una rappresentazione di Crispi attraverso il personaggio di Cesare Bronte, che così descrive se stesso: un vero uomo della gleba io sono, una forza compatta... . Io ho condotto l'aratro Andando al mio destino, avevo le mani callose, la faccia abbronzata dal sole, i denti politi dal pane nero. Il Crispi descritto dal D'Annunzio appare, così come il tipico rozzo contadino meridionale, già noto ai lettori del tempo soprattutto attraverso gli scritti di Verga , ambientati in paesaggi desolati e in cui si muovono, arsi dal sole e dalla fatica, i suoi tanti personaggi, gli indimenticabili Nedda, Jeli il pastore, Mazzarò, e tanti altri, schiacciati da una miseria secolare ed irrimediabilmente vinti da un destino crudele.